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“Archeologia digitale”: la scomparsa dei musei virtuali italiani

Oltre che di archeologia industriale, si può anche cominciare a parlare di “archeologia digitale”: niente ruderi di fabbriche dismesse, ma “buchi” nello spazio virtuale lasciati da progetti, installazioni ecc. non più raggiungibili, abbandonati, oppure caduti in un “tecnologico” oblio. Caso interessante di questa nuova categoria di “relitti digitali” è quello dei musei virtuali italiani, che spuntati come funghi nell’ultimo decennio  – con il dichiarato scopo di divulgare e valorizzare in modo diverso il patrimonio culturale del nostro paese – sono poi via via quasi tutti “evaporati” senza quasi lasciare tracce.

Insomma, una nostrana “archeologia digitale” raccontata in uno studio di  Sofia Pescarin ricercatrice presso il CNR ITABC (Istituto di Tecnologie Applicate ai Beni Culturali) e considerata tra i maggiori esperti europei di musei virtuali. Dato di partenza: circa l’80% dei musei virtuali italiani concepiti negli ultimi 10 anni si sono trasformati in “ruderi digitali”. Le cause? Essenzialmente: da un lato la mancanza di una visione strategico-innovativa, dall’altro l’assenza di buone pratiche per la sostenibilità economica e tecnologica.

Oltre al problema tecnologico, fondamentale, della non garanzia del “ciclo di vita”, ovvero della scarsa manutenzione, del nessun riutilizzo e niente sviluppo, nel “fallimento” dei musei virtuali italiani pesa molto la poca distribuzione attraverso la rete, il mancato allargamento dei campi di applicazione (non solo edutainment, ma anche ricerca, valorizzazione, istruzione ecc.), l’insufficiente trasparenza ecc.

Nel 2005 viene creato “L’Appia Park Narrative Virtual Museum”. Un’applicazione VR interattiva focalizzata oltre che sull’archeologia romana sulla valorizzazione di uno dei più grandi parchi archeologici al mondo. In particolare, l’obiettivo del progetto è testare la “storytelling” all’interno di ambienti 3D interattivi. Tuttavia, dopo un paio di esposizioni durante alcune mostre temporanee come “Virtual Building Rome”, il museo virtuale sparisce trasformandosi in un’installazione permanentemente off line accessibile soltanto all’interno del laboratorio da coloro che lo hanno creato.

Simile sorte per “I colori di Giotto”, un progetto sempre creato da CNR ITABC per una mostra temporanea ad Assisi. Interessante e coinvolgente in quanto – attraverso il 3D – i visitatori sperimentavano l’esperienza di entrare in un quadro di Giotto (interazione naturale). Ma dal momento della chiusura della mostra (2010) anche questo museo virtuale diventa inaccessibile.

E si potrebbe continuare con altri esempi come il “Museo Virtuale della Via Flaminia Antica” (2008) o come il  progetto “Etruscanning”. Rimane il fatto che per invertire questa tendenza, oltre all’urgenza di promuovere assolutamente l’innovazione tecnologica (ad esempio più “immersività”), è necessario compiere una rivoluzione strategica puntando – come suggerisce la Pescarin – sulla coppia vincente: approccio narrativo e tecnologie digitali. In altre parole, sul “digital storytelling” quale nuovo metodo comunicativo capace di valorizzare il concetto di identità attraverso “l’experience the future of the past”.

Anche perché, il museo virtuale applicato ai patrimoni culturali conosce un trend molto positivo un po’ dappertutto (vedi Parco archeologico di Xanten – Wesfalia). E qualche interessante spunto dell’importanza del fattore narrativo è possibile trovarlo anche qui da noi, come nell’esperienza del “Museo archeologico virtuale di Ercolano” che supera i 50 mila visitatori l’anno. Un successo realizzato senza contenere alcun tipo di reperti, ma basato su una suggestiva narrazione supportata da applicazioni tecnologiche.

fonte: culturadigitale.it

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