Crea sito

Il corpo di Alessandro Magno è mella Basilica di San Marco a Venezia?

via | Historyblog.

Ogni qual volta si affronta il mondo antico occorre fare riferimento alle fonti storiche che in questo caso sono Strabone e Svetonio. Da loro si apprende che la tomba di Alessandro era in un grande sarcofago d’oro poi sostituito in vetro, per fondere l’oro, da Tolomeo X, mentre Tolomeo IV fece la traslazione dalla prima tomba (qualcuno aveva ipotizzato l’oasi di Siwa che comunque non fu la sistemazione definitiva)alla tomba definitiva in un luogo prestigioso di Alessandria e in un importante incrocio viario che sembra sia stato individuato dagli ultimi scavi. La mummia reale quindi era in un sarcofago di vetro riempiuto di miele ottimo ossidante e gli imperatori romani da Augusto in poi sino a Caracalla spesso ne visitarono la tomba: si ricorda, aspetto molto importante, che quando Augusto ne aprì la tomba per depositare una corona d’oro sul capo questa ruppe il naso alla mummia e successivamente aprirono il sarcofago Caligola ma soprattutto Caracalla che vi depose all’inter
no proprio i Libri Sibillini a perpetua memoria. Questo dunque ci dicono le fonti antiche, ma ora vediamo meglio.
Gli studiosi avrebbero, tra l’altro, identificato il motivo che ha scatenato la febbre alla base dell’astenia e della debolezza di Alessandro, risultategli poi letale nel 323 a. C. a soli 33 anni d’età. Sarebbe stata una forma malarica, la cosiddetta febbre del Nilo, periodicamente diffusa in tutto il Vicino Oriente da volatili nilotici (simili a corvi) durante le loro migrazioni. Dai sintomi descritti dai biografi sembra questa la ragione del decesso, che colpì con rapidità il sovrano a Babilonia, e non un veneficio da parte della moglie Roxane, che mai aveva digerito il rapporto ambiguo del consorte con l’amato Efestione, a sua volta mancato poco prima. Faraonici furono i funerali in Persia e faraonico fu il carro che trasportò la salma regia in Egitto, Paese, che l’aveva divinizzato e che ora lo accoglieva per l’eterno riposo. Una tomba spettacolare fu edificata e rimase ad esempio di tanta grandiosa maestà fino alla sepoltura definitiva, fatta innalzare, come anticip
ato, da Tolemeo IV più di 100 anni dopo. Come si presentava questo imponente monumento funerario? Mistero. Gli storici dell’epoca non lo descrivono e sembrano scaramanticamente ignorarlo; si tramandano solo dicerie scandalistiche, sorta di gossip dell’antichità, che tuttavia bastano a lasciar intuire l’importanza che la tomba di Alessandro rivestì nei secoli. Si può ricordare a tal proposito l’illazione – forse con una base di verità, ma sicuramente esagerata ad arte dalla propaganda contro la casa reale dei Tolemei, a lungo sovrana in Egitto (fino a Cleopatra) – per cui Tolemeo X (I sec. a. C.), a corto di denaro, avrebbe dato ordine di fondere il sarcofago del sovrano macedone e di rimpiazzarlo con un altro di vetro.
“Siamo a due passi dalla scoperta del secolo! Nel giro di poco tempo potremmo trovare i resti della tomba di Alessandro Magno!”. E’ categorico Jean Yves Empereur, Direttore del Centre d’études alexandrines, impegnato nello scavo sistematico dell’immensa necropoli dell’antica Alessandria d’Egitto, che, allestita all’inizio del periodo ellenistico (attorno al 300 a. C.), è stata utilizzata fino ai primi secoli della cristianità e dunque conserva migliaia di sepolture.
Al di là di sporadici e oltraggiosi cambiamenti, le cui tracce sono offuscate dall’oblio dei secoli, la tomba di Alessandro, il famoso “séma”, si conservò per secoli, fino all’epoca romana inoltrata; e fu meta di continuo pellegrinaggio, anche da parte di importanti personaggi dell’Urbe (da Cesare a Caracalla), che a lui si ispiravano. Poi Alessandria sembrò essere colpita da amnesia e ignorare l’esatta ubicazione del simbolo stesso della propria origine. La sepoltura del Grande re, del discendente dei faraoni non fu più rintracciabile, provocando in qualche modo l’uscita dalla storia Alessandro e il suo ingresso nella leggenda, nel mondo imperituro del mito. Le tracce del Mausoleo si perdono a partire dal periodo cristiano (forse per propaganda, più probabilmente perché mangiato dall’urbanizzazione selvaggia), tanto che attorno al 400 San Giovanni Crisostomo domandava ai fedeli in un’omelia: “Ditemi, dove si trova il ‘séma’ di Alessandro?”.
Riguardo alla famosa lastra scolpita io stesso ho avuto modo di esaminarla ed è proprio di pietra di Aurisina con cui sono fatti tutti i monumenti di Altino e con cui furono anche costruiti gli edifici di Venezia compreso la stessa basilica marciana. La pietra di Aurisina è calcarea e di colore grigio e credo che nessuna altra pietra nel mondo antico possa confondersi con essa. Inoltre i simboli macedoni si sono diffusi in epoca ellenistica in tutto il bacino del Mediterraneo e vi sono persino delle tombe etrusche che li rappresentano compreso la stessa stella macedone ed è troppo poco per poter pensare che questa pietra appartenesse al Mausoleo alessandrino: si tratta di immagini funerarie molto diffuse anche in epoca romana nel primo periodo repubblicano e possono arrivare anche alla prima epoca imperiale. Altino era un grande porto nell’Adriatico, uno dei più importanti, addirittura centro di soggiorno al pari di Baia e questi elementi stilistici possono ben spegarsi i
n una grande area portuale particolarmente aperta da un punto di vista culturale ad artistico verso l’oriente. Credo che comunque per ristabilire definitivamente la verità occorrerà riesumare il corpo del santo per farne comunque un’analisi scientifica come è accaduto a Padova per il corpo di Sant’Antonio di cui è stata fatta anche una ricostruzione facciale.
E’ veramente incomprensibile l’ostilitità del Patriarcato di Venezia per un’operazione di questo genere.
Ricordo, però, che ad un cero punto della costruzione della basilica di San Marco le ossa scomparvero e poi ricomparvero miracolosamente; che non ci sia qualche sospetto di sostituzione o di vera scomparsa.
Se comunque vi sono ipotesi di non autenticità perché non riesumare il corpo dell’Evangelista?
Ecco notizie del ritrovamento miracoloso del corpo del santo nella basilica, dopo che era scomparso. Come si vede ci sono forti dubbi di non autenticità del corpo del santo oggi custodito nella cripta.
La prima Chiesa dedicata a San Marco fu costruita accanto al Palazzo Ducale nell’828 per ospitare le reliquie di San Marco trafugate, secondo la tradizione, ad Alessandria d’Egitto da due mercanti veneziani: Buono da Malamocco e Rustico da Torcello. Questa Chiesa sostituì la precedente cappella palatina dedicata al santo bizantino Teodoro (il cui nome era pronunciato dai veneziani Tòdaro), edificata in corrispondenza dell’attuale piazzetta dei leoni, a nord della basilica di San Marco. Risale al IX secolo anche il primo Campanile di San Marco.
La primitiva chiesa di San Marco venne poco dopo sostituita da una nuova, sita nel luogo attuale e costruita nell’832; questa però andò in fiamme durante una rivolta nel 976 e fu quindi nuovamente edificata nel 978. La basilica attuale risale ad un’altra ricostruzione (iniziata dal doge Domenico Contarini nel 1063 e continuata da Domenico Selvo e Vitale Falier) che ricalcò abbastanza fedelmente le dimensioni e l’impianto dell’edificio precedente. La nuova consacrazione avvenne nel 1094; la leggenda colloca nello stesso anno il ritrovamento miracoloso in un pilastro della basilica del corpo di San Marco, che era stato nascosto durante i lavori in un luogo poi dimenticato. Nel 1231 un incendio devasta la Basilica di S.Marco che viene subito restaurata ed è quella che oggi ancora vediamo.
Nel giugno del 1094, mentre prosegue la costruzione della terza basilica, iniziata nel 1063, il corpo del santo non si trova più. Tra i pianti e le preghiere della città, dopo giorni di digiuno, il 25 giugno il santo rivela dove stanno le sue reliquie al doge Vitale Falier, al vescovo Domenico Contarini, ai nobili e al popolo riuniti nella basilica, sporgendo un braccio da un pilastro, precisato dall’antica tradizione sul lato destro della basilica. La chiesa si riempie di soavissimo profumo.
Una volta trovato il corpo del santo grazie a questo prodigio, appena viene esposto al centro della nuova basilica, hanno inizio le feste devote. I pellegrini per onorarlo giungono da Venezia e dal resto dell’Europa.
L’8 ottobre 1094, il corpo del santo viene collocato entro un sarcofago dal doge Falier nella cripta che viene ampliata per la circostanza. Oggi può sembrare incomprensibile la credenza che un essere umano possa emergere da una colonna, da un blocco di pietra. Siamo abituati a considerare la pietra e i muri come sostanze inorganiche, morte.
Quando nel 1962 gli operai della Procuratoria di San Marco scavarono le vasche idriche per il nuovo impianto antincendio della Basilica e trovarono tra le fondazioni dell’abside la grande lastra decorata con lo scudo stellato, si resero subito conto dell’importanza del ritrovamento. Purtroppo la documentazione e la raccolta meticolosa di tutti i dati relativi agli interventi di scavo e restauro non era negli anni ’60 del secolo scorso una pratica regolare: se è vero che la Basilica di San Marco ha subito nei secoli numerosissimi restauri e scavi, senza praticamente soluzione di continuità, è vero anche che solo negli ultimi decenni si è proceduto alla conservazione e pubblicazione meticolosa di tutto il materiale. Si riassumono qui le informazioni rese dagli studi finora editi riguardanti la lastra, ponendo il suo rinvenimento in un contesto interpretativo definito: i documenti archivistici si affiancano così alla ricerca di altre fonti documentarie antiche, ad aprir
e nuove possibilità di indagine. Ferdinando Forlati, ingegnere e Proto della Basilica di San Marco allora scrisse: “Con il restauro si ebbe l’analisi delle fondazioni dell’abside maggiore, conclusa nell’estate del ’62 raggiungendo la palificata, lo zatterone e la sovrastante struttura muraria, in grandi blocchi di macigno e di granito, non di pietra d’Istria. Fra queste apparve anche un masso di trachite scolpito. L’ornamentazione, senza dubbio anche per la fattura, sono romane, ma non certo comuni; è probabile che il blocco appartenga ad un monumento funerario di un soldato di età abbastanza antica, del I secolo d.C”. Si dimostrò che anche l’abside maggiore della cripta appartiene alla prima chiesa di Partecipazio”. Forlati utilizza il nuovo reperto a sostegno della sua ricostruzione sulle fasi di edificazione della Basilica, ma non si preoccupa di analizzare in dettaglio il reperto: la sommaria descrizione dell’oggetto e la datazione senza fondament
o documentario né mineralogico (trachite, I sec. d.C.), sono state ritenute valide fino agli studi più recenti, come testimonia l’unica schedatura completa del Lapidario marciano, operata da Chiarotto 1991 per la sua tesi di laurea. La lastra viene osservata quindi come materiale di reimpiego, come tanti altri elementi marmorei scolpiti estratti dalle fondazioni, che ora possiamo ammirare murati all’esterno della cappella di San Pietro o nel Lapidario allestito proprio da Forlati nel 1969 nel chiostro di S. Apollonia. Nel 1975, in occasione di una importante pubblicazione sui restauri della Basilica pubblicata in collaborazione con la moglie, l’archeologa Bruna Forlati Tamaro, Forlati tratta della provenienza dei materiali di reimpiego: “San Marco venne eretta sopra un terreno malfido […] Sulle isole della laguna manca del tutto la pietra come l’argilla per la fabbricazione di laterizi. Ma i Veneziani potevano accedere alle rovine delle costruzioni tardoromane
della costa, di Altino in primo luogo. E qui infatti si trasportarono per la nuova chiesa grandi blocchi di pietra d’Aurisina; taluni sono squadrati, altri già lavorati perché provenienti da monumenti; di più, furono portati grandi quantità di laterizi pure romani, alcuni dei quali portano il bollo di fabbrica”. Nello stesso volume Forlati cita inoltre il celebre passo del testamento del doge Giustiniano Partecipazio, fonte principale per gli studi sulla fondazione della Basilica di San Marco: “De corpus vero beati marc[i Felicita]ti, uxor mee, [volo], ut hedificet basilicam ad suum honorem infra territorio sancti Zachariae […] Quiquid exinde [in Equilo] remanserit de lapidibus et quidquid circa hanc [p]e[tram] iacet et de casa de Theophilato de Torcello heddificentur basilicha beati evangeliste” e così commenta: “Ora fra queste pietre vi possono essere le sculture tardo-antiche che ora in buona parte sono ordinate nel lapidario creato nel chiostro di S. Apo
llonia, anche se, come nota il Demus, non siamo in grado di affermarlo con sicurezza. Ma vi erano anche, e soprattutto, le pietre usate nelle fondazioni che hanno ancora il taglio proprio della tecnica romana e che si ritrovano identiche sia nella torre eretta nello stesso periodo a difesa dell’Abbazia di S. Ilario, sia nella fondazioni del campanile, universalmente riconosciuto come opera del sec. IX”. L’indicazione è evidentemente generica, e la provenienza dei materiali antichi dal litorale nord adriatico nella fondazione dell’intera Venezia è presentata come dato accertato: l’intera Basilica si fonda su grandi conci di pietra recuperati da strade, monumenti, edifici antichi. Scrive Cecchi 2003: “Il reimpiego era una regola che a Venezia trova una delle sue massime espressioni. Qui il tessuto urbano è oggetto di un continuo riuso, niente viene inutilmente disperso e ogni edificio è un palinsesto di difficilissima lettura, in cui il presente e il passato si
fondono in una sintesi che contribuisce ad alimentare il fascino di una fondazione incerta a partire dalla medesima terra in cui si trova”. La lastra ritrovata certo spiccò per le dimensioni, e probabilmente proprio in forza di quelle dovette anticamente essere stata considerata materiale di pregio, al punto da essere posta in testa all’intera basilica, nelle poderose strutture esterne dell’abside. L’iconografia del manufatto però negli anni Sessanta non fu oggetto di particolari attenzioni: l’immagine scolpita fu correttamente ricondotta a un ambito militare di epoca romana, ma non identificata come direttamente appartenente alla casata macedone. Tale decorazione con panoplie, lance ma soprattutto con lo scudo con la stella argeade, pur non rarissima forse all’epoca del rinvenimento della lastra non era così immediatamente eloquente come è ai nostri occhi: solo dopo il 1977 infatti, in seguito alla scoperta a Verghina della tomba di Filippo il Macedone e del su
o meraviglioso tesoro, la stella divenne (non solo per gli studiosi) l’emblema più noto della casata di Alessandro. L’’invisibilità’ del soggetto risulta particolarmente interessante dal punto di vista metodologico e della storia degli studi archeologici e iconografici. Il ritrovamento della lastra di S. Apollonia venne circoscritto in un preciso contesto di ricerca e di studi, in base ai quali si guardava esclusivamente alla sua funzione di spolium; posto all’interno di un ingranaggio critico complesso come appunto il dibattito sulla conformazione della Basilica particiaca del IX secolo e sulle successive integrazioni o rifacimenti nel X e XI secolo, la lastra non venne mai analizzata nella sua individualità di manufatto artistico da interpretare dal punto di vista storico. Com’è noto, infatti, San Marco conosce diverse fasi di costruzione: secondo le fonti vi sarebbero tre ‘basiliche’ stratificate, che l’archeologia unita al restauro cerca ora di individuare e di
documentare con i dati materiali. Certo è che la fondazione e la edificazione della cosiddetta ‘prima basilica’ si debba alla volontà del doge Giustiniano Particiaco (o Partecipazio), che lasciò nell’829 testamento affinché si erigesse nell’area di San Zaccaria una chiesa che ospitasse definitivamente le spoglie dell’evangelista Marco, trafugate da Alessandria proprio l’anno precedente, e ospitate fino ad allora in una cappella dentro il Palazzo Ducale. La tradizione parla di una ‘seconda basilica’ ricostruita dopo l’incendio del 976, drammatico epilogo dell’odiato doge Pietro IV Candiano, arso vivo in una rivolta dell’aristocrazia veneziana. Le cronache indicano una reintegrazione della chiesa, avvenuta in due anni durante il dogato di Pietro IV Orseolo, ma l’entità dei danni non è comprensibile, perché la ‘terza basilica’, l’attuale, sarebbe stata riedificata ab imis distruggendo la precedente. Per volere del doge Domenico Contarini si
dovette fondare una San Marco a immagine e somiglianza della chiesa dei Dodici Apostoli di Costantinopoli: iniziata secondo la storiografia nel 1063 e finita nel 1072, quando si ha notizia dell’inizio della decorazione musiva, fu inaugurata solo il 25 giugno 1094 sotto Vitale Faliero, dopo che finalmente si ritrovarono le reliquie del Santo evangelista perdute nel precedente incendio. I grandi studiosi della Basilica di San Marco, archeologi, storici, restauratori, storici dell’arte, dibattono ancora varie e diverse teorie a questo proposito. Teorie che coinvolgono gli aspetti simbolici, politici e religiosi: l’origine di Venezia stessa, la sua volontà di autonomia dalle più potenti e antiche città come Grado, Altino e Aquileia, la nascita della sua identità attraverso un preciso piano politico che si nutriva di immagini e azioni significative, come il trafugamento delle reliquie del santo, o l’edificazione di una cappella ducale tanto grandiosa. Forlati è il p
rimo a sostenere, contro le tesi di Selvatico, Saccardo e Cattaneo precedentemente accreditate, che la antica basilica particiaca avesse già un impianto a croce greca, e che gli interventi contariniani non modificarono la precedente pianta basilicale in favore di ciò che corrisponde all’attuale, ma si limitarono all’aggiunta del nartece. La tesi è argomentata nel già citato volume del 1975 La Basilica attraverso i suoi restauri, proprio a partire dai dati ricavati dai lavori di restauro relativi alla struttura della basilica in varie sue parti, in particolare alle murature e fondazioni ai quali lo stesso Forlati sovrintese. Queste, in sintesi, le sue conclusioni: “Ecco mutare ai nostri occhi l’aspetto del primo S. Marco: esso non fu mai una basilica a tre navate, ma già nacque come costruzione a pianta centrale quale oggi lo vediamo”. Demus, Bettini e successivamente Zuliani e Lorenzoni accettarono e avvalorarono tale ipotesi. L’abside, il luogo del rinvenim
ento della lastra di Sant’Apollonia, rientrerebbe nelle antiche murature del IX secolo. Lo scavo in cui la pietra è stata ritrovata è direttamente coinvolto anche nel dibattito sulla cripta della Basilica marciana, perché le mura sono le stesse: “L’impianto complessivo dell’abside è ancora perfettamente leggibile, la cripta ha una struttura compatta, per questo sono stati necessari pochi saggi per caratterizzarne la configurazione. Le murature hanno uno spessore di circa due metri. I rimaneggiamenti subiti nel tempo si riconoscono benissimo, e sono irrilevanti sul piano strutturale. Mentre è da escludere nella maniera più assoluta che si siano realizzate delle murature a ridosso della struttura originaria”. Scrive ancora Forlati: “Si può dire inoltre che le fondazioni dell’impianto a croce greca furono realizzate con i criteri costruttivi tipici del mondo classico, e dalle indagini si ricava l’impressione che il sistema fondale abbia un impianto unitario,
coerente, massiccio”. Le ipotesi sulla costituzione della cripta tuttavia sono molto complesse: secondo Forlati la cripta fu creata dal doge Vitale Falier nel XI secolo; secondo invece gli studi di Dorigo sugli antichi livelli dei piani pavimentati e delle maree dell’epoca, la cripta sarebbe addirittura la stessa chiesa particiaca; le ultime, oggi più accreditate, ricerche di Vio dimostrano come la cripta corrisponda tuttora alla antica struttura dell’830, creata per l’adorazione delle reliquie del santo Evangelista. Un elemento che deriva dalle tecniche costruttive e dall’approccio al restauro, può essere uno strumento utile a collocare correttamente e indiscutibilmente la lastra di Sant’Apollonia all’interno delle mura marciane: le malte con cui è fissata. “Non si poteva tener conto dei conci di pietra e dei laterizi, perché nel caso in questione si tratta quasi sempre di materiale di recupero, spesso profondamente rimaneggiati. […] non è così invece
per le malte di allettamento che sono sempre, inequivocabilmente, legate al momento della costruzione. Il modo con cui sono confezionate risponde a criteri di ripetitività propri di ciascuna cantiere. Da sempre, le maestranze compiono questa come altre operazioni nello stesso modo, miscelando i componenti classici secondo rapporti prestabiliti, che rimangono identici nel tempo. Per cui si può dire che la maniera di realizzare una malta diventi la ‘firma’ di un gruppo di lavoro. È praticamente impossibile trovare due procedure identiche ed è ancora più improbabile che ciò accada se si tratta di lavori realizzati in periodi molto diversi e distanti tra loro nel tempo”. Con queste parole Cecchi introduce il suo studio sulla Basilica del 2003, notando come una particolare composizione di malta di cocciopesto, analizzata con carotaggi eseguiti in diverse campagne di restauro e consolidamento, ricorra in tutta la fabbrica di San Marco in tutti i suoi livelli, dalle fon
dazioni, ai matronei, alla cripta. Cecchi pertanto sostiene che molte strutture murarie possano essere state costruite nell’arco di tempo di uno stesso cantiere di lavoro, a dimostrare, avvicinando la tesi di Herzner 1985, che anche parte delle murature in alzato sono databili al IX secolo. Degli elementi costruttivi della prima basilica rimarrebbe perciò molto di più di quanto, fino agli studi più recenti, si è stati disposti a credere, e l’intervento contariniano si ridurrebbe ulteriormente al restauro dell’antica chiesa particiaca già ritoccata da Orseolo, con l’aggiunta del nartece.Il materiale di sostegno a tale teoria è l’analisi dei carotaggi eseguiti sia nelle fondazioni che negli elevati della Basilica tra il 1991 e 1993, indagini che sono opera del Consorzio Venezia Nuova commissionate dal Ministero LL.PP., Magistrato alle Acque, Nucleo Operativo di Venezia finalizzato allo studio delle condizioni strutturali della basilica. Le relazioni sui risulta
ti – come riportato da Cecchi 2003 – sono conservate presso la Procuratoria sotto il titolo Indagini conoscitive sulle strutture portanti della Basilica di San Marco a Venezia, mentre i carotaggi sono depositati presso la Soprintendenza per i Beni Architettonici, per il Paesaggio e il Patrimonio Storico, Artistico e Demoetnoantropologico di Venezia e della Laguna. Parte di tale materiale è stato pubblicato da Vio 1992, 1993, da Lepschy 1999 e da Rossi 1993. L’impianto fondale della parte absidale inoltre è stato indagato all’interno di un altro ciclo di operazioni: 170 carotaggi furono eseguiti per consentire il consolidamento del sistema fondale con miscele di resina di materiale organico, ma solo parte di queste analisi furono pubblicate da Lazzarini 1993. Non è rinvenibile nelle carte di Forlati un riferimento planimetrico che indichi con precisione il luogo del ritrovamento della stele di nostro interesse, ma affidandoci alla memoria storica degli operai che v
i hanno lavorato, si sa che fu estratta all’esterno dell’abside maggiore meridionale, nel cosiddetto Cortile dei Marmi, ora sede dei Laboratori della Procuratoria di San Marco. I carotaggi eseguiti più vicino al punto ipotetico della nostra lastra sono riportati nelle pubblicazioni di Lazzarini e Cecchi. Dopo essere stata estratta a fatica, in occasione di uno scavo casuale dal luogo in cui era giaciuta per secoli, dopo essere stata per decenni conservata all’ombra silenziosa del chiostro di S. Apollonia, e dopo essere stata, di recente, investita dai riflettori di un’attenzione più spettacolare e mediatica che scientifica, ora, liberata nuovamente da sovrastrutture interpretative e da errori di attribuzione, la lastra che reca scolpite le immagini di una panoplia e dello scudo con stella macedone può essere finalmente considerata come oggetto autonomo di studio e di ricerca: un documento importante e significativo della straordinaria fortuna, già in età antica, del
mito di Alessandro il Grande.
Prima vorrei descrivervi la tomba e poi evidenziare un’ultima opinione storica sulle presunte ossa di Filippo II il Macedone.
Riguardo allo scudo abbiamo scudi con stella macedone dipinti o scolpiti in pietra, ma non credo che ne sia stato trovato uno con la stella macedone, mentre questa è sulle cassette d’oro delle sepolture macedoni.
Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce il complesso del palazzo reale e del teatro, della fine del IV secolo a.C., e numerose tombe macedoni. Entro il cosiddetto Grande Tumulo sono state scoperte tre sepolture, tra cui la più interessante è la tomba attribuita a Filippo II, rinvenuta intatta, dalla facciata affrescata con una scena di caccia reale: conteneva un ricchissimo corredo di armi e vasellame in bronzo e oro, frammenti di mobili decorati in oro e avorio, il diadema regale, l’urna d’oro con le ceneri del re, una seconda urna aurea con le ceneri di una donna. Accanto a questa sono la tomba detta “del Principe”, anch’essa integra, ornata all’interno da un fregio dipinto con corse di carri; e quella detta “di Persefone”, con un magnifico affresco sulle pareti della camera funeraria, forse destinata al re Aminta III.
Il recente rinvenimento delle tombe dipinte macedoni, a Vergina, ha permesso di conoscere la prima fase della pittura ellenistica attraverso originali di grande interesse; così come i mosaici di ciottoli che decorano le case di Pella e di Olinto consentono di ricostruire i precedenti dell’arte del mosaico in tessere, che comparve più tardi a Alessandria e Delo.
La Toma di Filippo fu rinvenuta a Vergina. La tomba monumentale, scoperta nel 1977 insieme ad altre due vicine dall’archeologo Manolis Andronikos, conteneva un ricco corredo funerario, costituito di armi e vasellame in bronzo e oro e vari pezzi ornamentali di raffinata fattura, tra cui il diadema regale.
La ghirlanda e l’urna d’oro (decorato con il sole di Verghina a sedici raggi) dalla tomba attribuita a Filippo II. Ora nell’allestimento sotterraneo del Grande Tumulo di Verghina.
La tomba di Filippo II è costituita da due stanze, anticamera e camera principale, entrambi coperte da volte a botte ed alte 5,30 metri; nella prima, che misura 3,36 x 4,46 metri, quindi rettangolare, vennero deposte le ceneri di Cleopatra, moglie più giovane del sovrano, assassinata subito dopo la sua morte. La seconda stanza, quella riservata a Filippo, è quadrata e risulta di 4,46 metri di lato. Sommando queste misure allo spessore dei tre muri di 0,56 metri, e che insieme misurano 1,68 metri, si ottiene la lunghezza di 9,50 metri. Questo vuol dire che la tomba in questione è la più lunga e la più alta tra quelle scoperte finora in Macedonia. La parte esterna delle volte non venne lasciata scoperta, come era solito fare per questo genere di opere in area macedone, ma venne interamente coperta da uno strato di stucco dello spessore di dieci centimetri.
L’ingresso, monumentale, è sormontato da un fregio dorico al di sopra del quale si trova, protetto da una cornice in rilievo, una scena di caccia che misura 5,56 metri di larghezza e 1,16 metri di altezza. In questo fregio, un paesaggio montuoso fa da sfondo a cinque scene scandite da alberi di specie diverse; i tronchi senza foglie, i vestiti pesanti ed i cappelli di alcuni cacciatori, sembrano propri di un clima invernale. Davanti al luogo dell’azione vi è un ampio piano di terra e sia il paesaggio che l’ambiente sono perfettamente definiti. Con un cavallo dipinto in bianco è indicato con chiarezza il sovrano, Filippo, che si viene a trovare davanti alla lotta tra uomini e animali, con esplicita funzione di rivolgere lo sguardo verso il lato destro della scena; egli sovrasta un leone e lo sta per colpire a morte. Invece, il giovane erede Alessandro, è inquadrato tra due alberi ed è identificabile dalla corona di alloro.
È da rilevare il sorprendente studio dei cavalieri, dei cani (ve ne sono rappresentate ben nove razze) e degli alberi, così come gli effetti di volume che costituiscono il culmine di una ricerca classica in uno spazio plastico. Nel primo albero troviamo un elemento che Nikias, autore dell’opera, aveva già adottato nella sua “Allegoria di Nemea”: un piccolo quadro votivo appeso e contornato da nastri a formare un gioco del quadro nel quadro. Accanto è presente un pilastro visto di spigolo, lì situato a rappresentare l’intervento umano nella consacrazione dell’ambiente naturale, quest’ultimo comunque messo in evidenza come primo e fondamentale stadio per la rappresentazione della scena. Dalla disposizione delle figure si può ritenere che l’attenzione di Nikias non fosse volta a definire una narrazione continua rispettosa del susseguirsi cronologico delle azioni, ma piuttosto all’unità visiva della composizione, dove le figure stesse, seppur in taluni casi
solo leggermente, si vanno armonicamente a sovrapporre.
La costante preoccupazione del pittore testimoniata dalle fonti, era quella di dare il giusto risalto alle figure rispetto al fondo, e doveva riflettere lo studio di un corretto rapporto chiaroscurale tra gli elementi della scena. La luce, diluita e azzurrina, rende evanescenti le montagne sullo sfondo, e si diffonde tra le quinte di roccia; la stessa luce si fa più contrastata e si diffonde verso il primo piano della scena sciogliendosi nel paesaggio senza che se ne possa riconoscere una fonte determinata. Il calcolo meticoloso di un passaggio continuo della luce dal fondo lattescente ai primi piani, condizionò la tecnica di esecuzione dell’affresco, dove l’intonaco fu bagnato ripetutamente in corso d’opera, verosimilmente per ritornare su ciò che era stato già fatto e per graduare più sensibilmente e con maggiore precisione le sfumature, sfumature che vengono sottolineate dalla scelta del colore: il bianco del fondo e di uno dei cavalli, i toni caldi del giallo-a
rancio, rosso, bruno, viola pallido e porpora per le figure in primo piano, e quelli freddi più bassi, verde ed ombra azzurra, fino agli accenti cupi delle rocce. L’artista non si limita così all’uso dei quattro colori che facevano parte dell’antica tradizione pittorica (azzurro, nero, ocra e rosso). Nikias rinuncia, quindi, allo splendor, il riflesso lampeggiante introdotto in pittura poco tempo prima probabilmente da Euphranor, dove la luce proveniva da un punto fortemente determinato.
La tomba venne fatta costruire sicuramente da Alessandro intorno al 336 a.C., anno della morte del padre, ed è probabile che fu egli stesso a scegliere Nikias per l’esecuzione del fregio. Il pittore ateniese si inserì in uno degli ambienti culturali più vivi dell’antichità, in gran parte influenzato da Aristotele, che fu chiamato da Filippo per educare il figlio. Ma quasi certamente fu l’artista ad influenzare in parte il filosofo che, nell’elaborazione del “De Sensu”, parla di pittori che “vogliono rappresentare qualcosa che appare attraverso l’aria, o l’acqua”; il testo evoca proprio la trasparenza atmosferica, la densità corposa dell’elemento in cui sono immersi gli oggetti.
Ecco ora una recente sconvolgente opinione storica: le ossa presunte di Filippo non sarebbero più di Filippo (ritengo poi quella di un archeologo greco che vi riconosce le ossa di Alessandro assolutamente inaccettabile perchè contro tutte le fonti storiche).
Ecco cosa afferma uno studioso.
Il riesame delle ossa della sepoltura di Vergina fa cadere un’ illusione: i resti sono forse quelli di un fratellastro di Alessandro Magno «Quella non è la tomba di Filippo il Macedone» S econdo un nuovo studio appena pubblicato su Science, lo scheletro che a lungo si era pensato appartenesse a re Filippo II di Macedonia, non sarebbe, in realtà, quello dell’ abile capo militare nonché padre di Alessandro Magno, ma piuttosto quello di Filippo III Arrideo, uno dei fratellastri di Alessandro e figura di gran lunga minore del mondo antico. I resti cremati di un uomo di circa 35-55 anni, rinvenuti all’ interno di una tomba reale a due vani portata alla luce nel novembre del 1977 a Vergina, in Grecia, si trovavano in un’ urna d’ oro, o larnax, che ha in rilievo lo stemma della famiglia dei sovrani, un sole raggiato. Oltre a una seconda urna d’ oro contenente i resti di una donna, nella tomba vennero rinvenuti altri preziosi materiali come un diadema argentato, un elmo in ferro
, uno scudo, una corazza in ferro e oro e due piccole teste d’ avorio presumibilmente raffiguranti Filippo II e Alessandro Magno. L’ archeologo britannico John Prag e l’ illustratore scientifico Richard Neave, dell’ università di Manchester, avevano attribuito lo scheletro a Filippo II, trovando una corrispondenza tra alcune lesioni individuate sul cranio (a quanto pare erroneamente)e le fonti storiche che parlano di una grave ferita all’ occhio destro dovuta a un colpo di freccia o (secondo altri autori) provocata da un incidente mentre Filippo provava una catapulta attorno al 354 a.C. A Vergina, sito dell’ antica capitale macedone di Aigai, poche tombe reali sono sfuggite ai saccheggi dei predatori, e l’ identificazione di Filippo II e di Cleopatra, sua settima od ottava moglie, all’ interno della tomba aveva reso la scoperta ancora più entusiasmante. Durante il suo regno (359-336 a.C.), Filippo soffocò i tumulti politici e militari in Macedonia e assunse il controllo d
i Atene e di Tebe, gettando le basi per le conquiste del figlio Alessandro Magno che conquistò i territori compresi tra la Grecia e l’ India. Recenti ricerche hanno però indicato che manufatti come quelli ritrovati nella tomba reale risalgono all’ incirca al 317 a.C., cioè alla generazione successiva a quella di Filippo II. Secondo l’ antropologo Antonis Bartsiokas, dell’ Istituto Anassimandriano di Evoluzione Umana di Voula, in Grecia, quelle che vennero individuate da Prag e da Neave non sono che normali peculiarità anatomiche, accentuate dall’ effetto della cremazione e da un cattivo riassemblaggio dei resti. Quanto alla cosiddetta «lesione», non c’ è traccia dicicatrizzazione nel tessuto osseo, e questo per Bartsiokas è un problema in quanto la ferita di Filippo II risale a diciotto anni prima della sua morte. «Inoltre – afferma Bartsiokas – sulle ossa ritrovate non c’ è traccia di nessuna delle numerose fratture e lesioni che secondo gli antichi storici Filipp
o subì durante la sua vita». Dopo la morte di Alessandro il trono andò al fratellastro Filippo III Arrideo. Sovrano soltanto di nome, Arrideo doveva essere malato di mente o disabile nel fisico. Plutarco, che scriveva nel secondo secolo a.C., racconta che Olimpiade, madre gelosa di Alessandro, avvelenò Arrideo, figlio della seconda moglie di Filippo, in giovane età, così che il trono andasse ad Alessandro, secondo e non primo in linea dinastica. Se, come ora sembra, lo scheletro dovesse appartenere a Filippo III Arrideo, si spiegherebbe anche la data apparentemente successiva di molti dei manufatti forse ereditati da Alessandro Magno, compresa l’ elaborata corazza in ferro e oro che somiglia molto a quella indossata da Alessandro nel famoso mosaico di Pompei.
Il primo racconto storico giunto su Alessandro Magno è stato scritto quasi tre secoli dopo la morte del grande re macedone: narrazione contenuta nel diciassettesimo libro della Biblioteca storica di Diodoro Siculo. Seconda in ordine cronologico è la Vita di Alessandro di Plutarco di Cheronea, composta forse tra il 110 e il 115 d. C. Più preziosi i sette libri dell’ Anabasi di Alessandro, opera di Arriano di Nicomedia che narra avvenimenti lontanissimi dal suo tempo ( sono trascorsi quasi cinquecento anni) ma usa le fonti migliori:Tolomeo e Aristobulo. I due si distinguevano per qualità d’informazione sia nelle notazioni di natura burocratico – amministrativa, sia nei particolari tecnico – militari. I due personaggi(soprattutto Tolomeo) avevano possibilità di accedere a fonti ufficiali, la principale delle quali Diari del re, in cui, giorno per giorno, erano registrate le attività del sovrano: impegni ufficiali – incontri, colloqui, disbrigo di corrispondenza. Queste son
o le fonti greche.
Fanno parte delle fonti latine
– Storie di Alessandro Magno di Quinto Curzio Rufo, redatte, probabilmente, al tempo dell’imperatore Claudio;
– Epitome di Giustino, databile verso la fine del secondo secolo o l’inizio del terzo;
– i due discorsi De Alexandri fortuna aut virtute, attribuiti a Plutarco.
E’ difficile avere notizia circa l’aspetto di Alessandro,perchè le sole descrizioni che abbiamo sono postume.
Alessandro accettò di essere rappresentato nei dipinti di Apelle e nelle statue di Lisippo.
La pelle era bianca sul corpo, rossa abbronzata sul volto e, a differenza del padre e di tutti i precedenti re macedoni, si radeva la barba. I suoi nemici diffusero la voce di una sua tendenza femminea. La bisessualità del Grande, oltre che diffusa ai suoi tempi e normale per la morale dell’epoca, fu un involontario atto d’omaggio verso il ricchissimo e complesso lascito emotivo dei genitori, che ne fece una personalità originalissima in cui maschile e femminile, si intrecciarono armonicamente e inestricabilmente”.
Efestione fu l’uomo amato da Alessandro, la sua età non è nota, ma è probabile che fosse il meno giovane . Questo non impedì ad Alessandro di avere un’amante e successivamente una moglie.
Ritorniamo all’aspetto fisico del nostro: aveva gli occhi di diverso colore:uno chiaro e l’altro oscuro, forse ad indicarne il diverso carattere psicologico. Camminava e parlava velocemente, e così in seguito fecero i suoi successori.Aveva una capigliatura folta e fluente simile alla criniera del leone.
Un problema rimane la sua statura che nessun dipinto ci rivela.
Un uomo che non fu mai semplice non poteva morire in modo normale: così si racconta.
Alcuni affermarono che Alessandro partecipò ad un festino organizzato da Medio della Tessaglia e nel corso del pranzo
“domandò una coppa di vino capace di circa quattro litri e fece un brindisi a Protea; in risposta, Protea prese la coppa, rivolse un inno adulatorio al re e ne vuotò il contenuto. Poco più tardi , Protea fece un brindisi dalla stessa coppa ad Alessandro che la prese, bevve con entusiasmo, ma non potè reggere il contraccolpo. Cadde riverso sul suo cuscino, lasciando sfuggire la coppa dalle mani. Si ammalò e, durante la malattia, morì”.
La sua morte fu imputata all’ira di Dioniso per aver Alessandro assediato la città natale del dio, Tebe.
Mentre non è impossibile che il bere fosse una concausa della morte di Alessandro, è improbabile che il racconto sia vero….
Una delle tante passioni di Alessandro fu la caccia, alla quale si dedicava ogni giorno. Del resto la caccia era il punto focale della vita di un macedone e Alessandro rimase fedele al passatempo nazionale.
A dodici anni ( alcune fonti affermano a nove anni) ebbe il primo incontro con il suo cavallo nero Bucefalo che il padre Filippo aveva acquistato per tredici talenti ( una cifra spropositata per un cavallo a quei tempi) da un allevatore tessalo. Un cavallo con una testa di bue marchiata sulla spalla (dal greco Buképhalos – “testa di toro”)
Bucefalo , all’arrivo in Macedonia, fu portato nella pianura perchè Filippo lo ispezionasse: scalciava, s’impennava e rifiutava qualsiasi comando. Filippo ordinò di portarlo via, ma Alessandro promise che avrebbe domato l’animale. Gli si fece incontro , lo prese per la cavezza e lo voltò verso il sole : aveva capito che Bucefalo aveva paura della propria ombra. Lo carezzò, gli balzò in groppa e galoppò intorno acclamato dai cortigiani e da suo padre.
Bucefalo fu affidato ad Alessandro che lo amò per vent’anni; gli insegnò anche a inginocchiarsi bardato davanti a lui, perchè il re, armato, potesse montarlo con facilità.
Bucefalo morì nel cuore dell’Asia e Alessandro gli fece costruire una città sulle rive dell’ Idaspe : Bucefalia.
“Un personaggio grande ed eccessivo in tutto: nel suo coraggio di guerriero, nell’ira e nella generosità, nella vastità delle sue ambizioni e delle sue conquiste, nella fine prematura.”
Già nell’antichità i giudizi sulla sua figura erano diametralmente opposti. Lo storico Diodoro Siculo scrive:
In breve tempo questo re ha compiuto grandi gesta. Grazie alla sua personale intelligenza e valore egli superò in grandezza le imprese di tutti i sovrani di cui si va a memoria….
Di parere opposto era il senatore romano e filosofo stoico Lucio Anneo Seneca:
La smania di distruzione trascinò l’infelice Alessandro fino ad azioni inaudite…Non contento della catastrofe di tanti stati che suo padre aveva vinto o comperato, egli sconfigge gli uni in un luogo, gli altri in un luogo diverso, e porta le sue armi per tutto il mondo. E in nessun posto la sua crudeltà si ferma esausta, come nelle bestie selvatiche, che sbranano più di quanto esiga la loro fame.
Le fonti storiche ci dicono che Alessandro meditava prima di morire la conquista dell’Occidente in ciò riprendendo un vecchio desiderio degli Ateniesi, cioè la conquista della Sicilia. Egli forse pensava ad una conquista dell’isola con più di mille navi; ma di più non sappiamo. Certamente se l’avesse conseguita sarebbe cambiata radicalmente tutta la storia successiva.
L’ipotesi di una relazione fra il viaggio dell’esploratore Massaliota Pitea e i progetti occidentali di Alessandro è stata formulata da studiosi come Dion e Hawkes, questo per avere informazioni precise sulle regioni occidentali estreme della terra; il secondo studioso pensò anche ad un accordo tra Cartagine e Massalia per precisare i propri confini nell’attesa di un’invasione militare da parte di Alessandro.
Pitea fu navigatore e geografo greco di Massalia (Marsiglia) [IV sec. a.C.]. Secondo Polibio, che d’altronde non gli presta alcuna fede, avrebbe compiuto due viaggi nei mari dell’Europa settentrionale, che sarebbero stati descritti, secondo altre fonti, rispettivamente nel Perì Okeanû (Sull’Oceano) e nel Periplo. Nel primo, oltrepassato lo stretto di Gibilterra, dopo aver costeggiato la Spagna, la Francia e la Cornovaglia, entrato nella Manica, avrebbe circumnavigato in parte la Britannia e raggiunto l’isola di Tule ; nel secondo, percorsa la costa occidentale dell’Europa, si sarebbe spinto fino a un fiume chiamato Tanai presso un’isola ricca d’ambra. Oggetto di contrastanti giudizi nel mondo antico, Pitea gode per lo più credito presso i moderni e non solo nel campo matematico- astronomico, in cui le osservazioni sulle latitudini, sul rapporto fra le maree e i movimenti della luna, ecc., furono già verificate da Ipparco e da Eratostene, ma anche in quello propriamente ge
ografico.

Purtroppo per noi le opere degli autori che non gli hanno creduto, Polibio e Strabone, si sono salvate meglio di quelle di Eratostene e Posidonio, che invece gli avevano dato fiducia.
Malgrado lo scetticismo espresso da una parte dei suoi successori, alcuni risultati scientifici delle osservazioni compiute da Pitea hanno avuto successo nella letteratura antica, primo fra tutti il resoconto sul fenomeno delle maree, ben visibile nel Mare del Nord, e il collegamento di quello con le fasi lunari. Persino Strabone, che, senza mezzi termini, dice false le dichiarazioni di Pitea su Tule, ricorre alla sua testimoni” Tibi serviat ultima Thyle” ( Virgilio, Georgiche, libro I, 30) Con questo verso il poeta latino Virgilio immortalava nella storia non solo le grandezze del principato di Augusto ma anche la storia di Tule, la mitica isola descritta dal navigatore greco Pitea di Marsiglia.
Pitea di Marsiglia visse durante IV secolo a.C. ai tempi di Alessandro Magno o comunque poco dopo. Questo personaggio fece un viaggio nel nord Europa e si spinse fino ai limiti del mondo allora conosciuto, fino all’isola di Tule. Il navigatore descrisse il suo viaggio in un libro ” Intorno all’Oceano”, che sfortunatamente è andato perduto. Buona parte degli eruditi e scienziati dell’antichità non credettero al racconto di Pitea e solo geografi e matematici come Eratostene ed Ipparco considerarono come veritiero il suo viaggio. Infatti il navigatore marsigliese aveva per primo osservato il periodo di sei mesi di luce e sei mesi di buio che è caratteristico delle zone polari e aveva fatto molte rilevazioni di tipo astronomico nelle zone dell’Europa settentrionale. Queste osservazioni erano state convalidate anche dai calcoli degli scienziati greci alessandrini, che avevano già raggiunto le conclusioni di Pitea attraverso un calcolo teorico della posizione degli astri. Tutta
via, molti furono gli oppositori di Pitea e fu forse per questo che l’opera del navigatore ci è giunta in modo frammentario. Il viaggio di Pitea può essere riassunto in questo modo: partito da Marsiglia, costeggiò la Francia e la Spagna e oltrepassò lo Stretto di Gibilterra, evitando la sorveglianza cartaginese. Poi si inoltrò nell’Atlantico e, arrivato in Gran Bretagna, la circumnavigò, e vi raccolse notizie sulla misteriosa isola di Tule. Sebbene Pitea di Marsiglia abbia visitato le miniere della Cornovaglia, lo scopo del suo viaggio deve essere stato principalmente scientifico e solo in minima parte di tipo commerciale. Il grande mistero creatosi con il viaggio di Pitea è l’identificazione dell’Isola di Tule. Collocata da qualche parte nel nord Europa, è stata oggetto di molte discussioni. Fino a qualche tempo fa, si riteneva di identificare l’isola in questione con l’Islanda o con la Groenlandia, ma più recentemente si è pensato di accostarla all’arcipelago del
le isole Orcadi o delle Shetland. Personalmente, ritengo che sia più giusto identificare l’isola con l’Islanda poichè quando si parla di Tule si fa riferimento a un’isola sola e non ad un arcipelago. Come già detto in precedenza, l’opera di Pitea è andata perduta e quindi per cercare riferimenti all’isola di Tule bisogna consultare gli antichi testi che ne hanno parlato. Ecco cosa dice Plinio il Vecchio nella sua “Storia Naturale” riguardo a Tule.
Libro II, 186-187
” Così succede che, per l’accrescimento variabile delle giornate, a Meroe il
giorno più lungo comprende 12 ore equinoziali e 8/9 d’ora, ma ad Alessandria 14 ore, in Italia 15, 17 in Britannia, dove le chiare notti estive garantiscono senza incertezze quello che la scienza, del resto, impone di credere, e cioè che nei giorni del solstizio estivo, quando il sole si accosta di più al polo e la luce fa un giro più stretto, le terre soggiacenti hanno giorni ininterrotti di sei mesi, e altrettanto lunghe notti, quando il sole si è ritirato in direzione opposta, verso il solstizio di inverno. Pitea di Marsiglia scrive che questo accade nell’isola di Tule, che dista dalla Britannia sei giorni di navigazione verso nord; ma certuni lo attestano per Mona, distante circa 200 miglia dalla città britannica di Camaloduno.”
Libro IV, 104
” A una giornata di navigazione da Tule c’è il mare solidificato, che taluni
chiamano Cronio.”
Da questi due brani si può facilmente capire che Tule si trovava molto vicino al Polo Nord. E’ importante il fatto che il mare solidificato (ghiacciato) venga chiamato Cronio, perchè ne ” Il volto della luna “di Plutarco, si fa menzione ad un isola di ” Crono” situata nell’Oceano Atlantico:
“Stavo finendo di parlare quando Silla mi interruppe:<< Fermati, Lampria, e
sbarra la porta della tua eloquenza. Senza avvedertene rischi di far arenare
il mito e di sconvolgere il mio dramma, che ha un altro scenario e diverso
sfondo. Io ne sono solo l’attore, ma ricorderò anzitutto che il suo autore
cominciò per noi, se possibile, con una citazione da Omero: “lungi nel mare giace un’isola, Ogigia,” a cinque giorni di navigazione dalla Britannia in direzione occidente. Più in là si trovano altre isole, equidistanti tra loro e da questa, di fatto in linea col tramonto estivo. In una di queste, secondo il racconto degli indigeni, si trova Crono imprigionato da Zeus e accanto a lui risiede l’antico Briareo, guardiano delle isole e del mare chiamato Cronio. Il grande continente che circonda l’oceano dista da Ogigia qualcosa come 5000 stadi, un po’ meno delle altre isole; vi si giunge navigando a remi con una traversata resa lenta dal fango scaricato dai fiumi. Questi sgorgano dalla massa continentale e con le loro alluvioni riempiono a tal punto il mare di terriccio da aver fatto credere che fosse ghiacciato. […] Quando ogni trent’anni entra nella costellazione del Toro l’astro di Crono, che noi chiamiamo Fenonte e loro – a quanto mi disse – Nitturo, essi preparano con l
argo anticipo un sacrificio e una missione sul mare.[…] Quanti scampano al mare approdano anzitutto alle isole esterne, abitate da Greci, e lì hanno modo di osservare il sole su un arco di trenta giorni scomparire alla vista per meno di un’ora – notte, anche se con tenebra breve, mentre un crepuscolo balugina a occidente.”
Plinio e Plutarco potrebbero parlare della stessa isola. Ma adesso vediamo cosa dice il geografo Strabone su Thule:
Libro IV, 5,5
(Strabone prima critica Pitea ritenendolo un imbroglione, ma poi dice:)

” A ogni modo, pare che ( Pitea ) abbia dimostrato di sapersi servire correttamente dei principi che riguardano i fenomeni celesti e la teoria matematica, sostenendo che gli abitanti dei luoghi più vicini alla zona glaciale soffrono di una totale carenza, o comunque limitatezza di frutti coltivati e di animali, e che si nutrono di miglio e di erbe o frutti selvatici e radici: quelli che hanno grano e miele se ne servono anche per farne bevanda; e il grano, poichè il sole non splende mai senza velature, lo battono in grandi stanze, dopo avervi introdotto i covoni: farlo all’aria aperta è impossibile, per la mancanza di sole e per le piogge.”

Tule non doveva essere sia per la propria posizione geografica che climatica
molto fertile.

 

Be Sociable, Share!

No comments yet.

Leave a Reply


*

Powered by WordPress. Designed by WooThemes