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Il primato dell’Italia

 

L’Italia che spesso è stata pubblicizzata, con affermazioni generiche e non comprovate da dati precisi, per bocca di retori populisti come la nazione più ricca al mondo di beni culturali, ha invece un primato certo e che nessuno le può invidiare né togliere: ciò che caratterizzerebbe la sua storia e l’identità sta andando in malora! Letteralmente.

Un recente studio del S.I.T. – Sistema informativo territoriale del CNR a cui diamo voce, ha drammaticamente messo in evidenza che una parte enorme del nostro patrimonio archeologico è sconosciuto o danneggiato, non fruibile o… non più fruibile, non scavato e non studiato, abbandonato, dimenticato, degradato, compromesso (da lavori agricoli, di urbanizzazione, per infrastrutture, scavi clandestini e fenomeni naturali), nella migliore delle ipotesi non valorizzato.

La cosa più grave, inoltre, è che almeno i due terzi dei giacimenti archeologici presenti sul territorio nazionale non sono censiti, il che vuol dire: 1-che possono essere depauperati e distrutti senza che nessuno se ne accorga e ponga un freno allo scempio, 2-che non è possibile per le istituzioni progettarne interventi mirati di salvaguardia e valorizzazione.

La perdita del patrimonio culturale ci costa in termini economici circa un punto percentuale del P.I.L. ma se volessimo considerare anche il valore culturale disperso e sprecato, allora potremmo dire che la perdita è incalcolabile.

«I beni archeologici presenti sul nostro territorio mediamente sono conosciuti solo per il 10% anche per questo molti di essi rischiano una sistematica distruzione. Se adeguatamente conosciuti, conservati e tutelati, invece, tali beni sarebbero una fonte inesauribile di reddito, in grado di muovere un indotto notevole in numerosi settori» spiega Marcello Guaitoli, ricercatore dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali del CNR e docente presso l’Università del Salento.

I dati cui abbiamo fatto cenno del S.I.T. sono stati raccolti attraverso le ricognizioni in sito, condotte in Lazio e Puglia dal CNR, in sinergia con le Università di Roma «La Sapienza», Siena, Napoli e della Tuscia e con le strutture centrali e periferiche del MiBAC – Ministero per i Beni e le attività culturali.

Sono stati al centro del convegno «I beni che perdiamo» organizzato nelle giornate di ieri e di oggi presso l’aula convegni della sede centrale dell’CNR in Piazzale Aldo Moro, 7 a Roma, un’utilissima occasione di confronto tra varie istituzioni sul rischio e sull’azione di salvaguardia di monumenti, centri storici, paesaggi e siti archeologici.

Le ricchezze archeologiche non censite e rilevate grazie all’indagine scientifica condotta dal S.I.T. mediante metodologie e tecnologie innovative, solo nei territori di Lazio e Puglia vanno da un minimo del 67% (Taranto) a un massimo del 94% (Neviano in provincia di Lecce).

Ecco alcuni dati veramente impressionanti:

  • nel territorio di Taranto, su un totale di 1.190 siti, ben 859 sono noti grazie alla ricognizione a tappeto, mentre le aree sottoposte a vincolo sono solo 8, quelle archiviate della Soprintendenza 63 e quelle note dalla bibliografia 331, 44 delle quali sono scomparse;
  • nel territorio di Ruvo di Puglia, il 99% dei siti precedentemente segnalati non esiste più;
  • nel Salento le evidenze scoperte grazie alla ricerca sono il 77%, pari a 3.166 sul totale delle 3.931 conosciute, a Capo Santa Maria di Leuca, 1.001 su 1.092;
  • il caso limite è Neviano dove solo il 6% delle aree archeologiche è presente in bibliografia;
  • nel territorio di Viterbo l’87% del conosciuto, vale a dire 2.158 presenze, è frutto solo della attuale mappatura del CNR;
  • nell’area a nord-ovest di Roma sono stati rintracciati 3.183 siti, il 55% dei quali prima sconosciuti e molti dei luoghi di interesse citati in fonti scritte oggi sono scomparsi: esemplare il caso della Via Prenestina, dove solo 245 su 856 presenze archeologiche rilevate nel 1970 sono scampate alle opere di urbanizzazione.

La minaccia maggiore per il patrimonio culturale è costituita dai lavori agricoli che incidono nei danni ai siti, da un minimo del 40% (Neviano) fino all’87% di Commenda (Vt). Nel Salento sono state danneggiate 2.916 evidenze su 3.931; a nord ovest della Capitale 1.478 su 3.183; a Viterbo, 1.342 su 2.256.

Il quadro è ancora più sconfortante quando si vada a considerare le situazioni dei beni conosciuti e vincolati ma privi di alcuna tutela diretta, o di altri esistenti ma ignoti e di conseguenza anch’essi non protetti. Un contributo sostanziale alla loro salvaguardia si deve al monitoraggio aereo e terrestre condotto da più di dieci anni dal Comando dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale che opera in collaborazione con il CNR.

Queste indagini hanno contribuito in modo sensibile alla repressione e alla riduzione degli interventi dolosi e permesso di scoprire un numero elevatissimo di evidenze sconosciute, in alcuni casi di rilevanza assoluta.

via | archeomolise

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